Peperone in-uniforme

Come si dice quando una cosa non è omogena? Disomogenea.

Come si dice quando una cosa non è equa? Iniqua.

Come si dice quando una cosa non è uguale? Diseguale.

Come si dice quando una cosa non è uniforme? Come?

Ho deciso che si dice inuniforme, tuttattaccato. Anche se potrei usare uno dei contrari da vocabolario, dire "diverso", "eterogeneo", "variabile". No, inuniforme mi piace di più.


I miei peperoni sono tutti inuniformi. Aspe', pareva più facile quando l'ho pensata, non è che sia la cosa più facile da dire a voce alta! Se l'arcivescovo di Costantinopoli si deuniformasse...vabbuò ja. Non ne ho uno uguale all'altro, non ne ho uno che sia diventato giallo (o rosso) per tutta la superficie, come quelli che compri. Alcuni un po' si avvicinano alla forma perfetta a quattro lobi, ma se li guardi bene comunque hanno un bel po' di difetti di produzione. Insomma, tengo proprio i peperoni brutti. Ma brutti veri, però so' simpatici.

Ho scelto inuniforme, per licenza poetica proprio perché sono il contrario di qualcosa in uniforme, sono tutti talmente diversi che manco sembrano appartenere alla stessa famiglia, alla stessa pianta poi figuriamoci!

Confesso che quando ho scattato questa foto, quando ho deciso di scrivere questa cosa dell'uniformità non sapevo bene dove sarei andata a finire. Ho sperato nell'ispirazione in corso d'opera, nell'arrivo del solito momento metaforico-orticolo.

Mi avete letta quando mi sono sentita melanzana storta, quando mi sono sentita datterino abbandonato, e mo pure peperone inuniforme? Ma allora veramente a fare i contadini si perde la testa? Più personalità, e tutte ortofrutticole? Non oso immaginare la reazione dell'analista a questa cosa.

Troppo facile sentirsi peperone inuniforme, alla fine lo sappiamo già quanto siamo diversi gli uni dagli altri, quanto la nostra scorza non sia omogenea, quanti difetti esteriori e interiori, eccetera eccetera eccetera. Essere peperone inuniforme a ferragosto, quando tutti sono liberi e felici come le farfalle (vabbé non proprio tutti), vuol dire finire facilmente fritto, abbrustolito sulla brace della grigliata di ferragosto, 'mbuttunato, et similia. Per cui quando ti svegli la mattina, non importa che tu sia peperone rosso o giallo, inizia a correre perché stanno per farti la festa. Ok, è palese che stavolta non trovo la metafora o la frase ad effetto o il momento triste con cui chiudere il post, vero? La verità è che ultimamente è proprio questo, non so bene come devo finire: in padella, in forno, sulla brace, nella spazzatura perché la deformità è tale da non poter avere nessun utilizzo umano.


Sì, sono peperone in uniforme, ma pare tanto che io non sia buona pe friere e né p'arrostere. E siccome questo proverbio qui ve lo siete già beccato in passato, ma forse non ve lo ricordate o ve lo siete perso, oggi in questa short version di ferragosto, vi lascio con un altro proverbio a tema puparuolo, vi auguro un buon ferragosto (che io, per esser chiari, cancellerei insieme a tutto il mese di agosto dal calendario, non perché non mi piace sapervi in ferie mentre io sudo, ma perché davvero credo sia il periodo peggiore per vivere in un posto di mare, perché quando mi dite "vabbè ma tu vivi al mare, che bisogno che hai di andare in ferie?" vi farei capa e cascetta ripetutamente, e non in senso metaforico, e quanto mi piace scrivere nelle parentesi dimenticandomi che sto scrivendo nelle parentesi e poi non le chiudo mai, ho sempre avuto enormi problemi a chiudere le parentesi, lo dicevo anche nel mio blog da studentessa universitaria, che lasciavo sempre le porte acchiantate e le porte acchiantate sbattono e fanno rumore e ti svegliano quando stai facendo il riposino pomeridiano) e bonanott'.


è ll'ora d''a tiella, puparuó!

è l'ora della padella, peperone!

è arrivato il momento della vendetta, in cui pagherai il torto fatto,

l'ora in cui ti cucinerò a dovere.



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