Non chiudete quella ferita

Si sta avvicinando il momento della scelta. Di quella scelta che non vorrei fare, la scelta obbligata, dettata dall'evidenza dei fatti. E continuo a svegliarmi, affaticarmi, sudare e parlare. Continuo a crederci comunque, eppure vi sto raccontando da tempo, di persona, quanto sia complicato nella sua bellezza questo lavoro, non solo per come io ho scelto di strutturarlo e viverlo, ma per come sono obbligata a fare da fattori che non avevo considerato.


C'era una crepa, una ferita, una frattura. E il problema con le crepe, è che se nessuno se ne prende cura, dalle crepe entra il male. Uguale ai pomodori. Succede che i pomodori si spacchino, per la pioggia, per il sole, per una serie di fattori anche molto diversi tra loro. I pomodori si spaccano e sono un po' meno belli, hanno una cicatrice, ma sono ancora buoni. Però li devi mangiare presto, perché altrimenti da quella crepa iniziano i problemi: la muffa, gli insetti, il marciume. Alla fine lo devi solo buttare.

Un pomodoro crepato però è un pomodoro autentico. Un pomodoro che, mai come quest'anno, ha fatto una grossa fatica per arrivare dov'è. Perché il clima sta cambiando, perché i fattori esterni non sono tutti controllabili, o almeno non sempre in tempo utile, perché ci sono degli anni memorabili e altri che vorresti dimenticare. L'autenticità. Tra le cose perdute dall'umanità nel corso degli anni, credo che l'autenticità sia una di quelle di cui davvero sentiamo la mancanza. E quando parlo di autenticità mi viene sempre in mente il monologo di Agrado, in Tutto su mia madre di Almodovar. Agrado conclude dicendo che "una più è autentica quanto più somiglia all'idea che ha sognato di se stessa."


Non mi ero sognata contadina, non mi ero sognata sporca e sudata per gran parte della mia settimana, e non mi sognavo nemmeno con le braccia muscolose e forti. Mi sognavo però felice, mi sognavo realizzata, mi sognavo con una famiglia costruita semplicemente: un matrimonio col vestito bianco e un paio di marmocchi in giro per casa. Da bambina volevo fare la biologa marina, poi il dottore, e poi la marketing manager di un hotel di lusso. Questo è il punto in cui nelle storie si scrive "poi qualcosa è andato storto". Nel mio caso di cose storte ne sono andate un bel po', e ancora va così, ma quando si tratta della mia scelta di vita, posso solo dire che qualcosa è andato dritto. Talmente dritto per la sua (e la mia) strada, che ho dimenticato di valutare delle condizioni e dei dati di fatto che, ad oggi, mi pongono nella condizione di dover chiudere baracca e burattini.

E non lo dico per essere consolata, compianta, spronata. Credetemi, non ne ho bisogno. Se i miei pomodori, come me, sono così autentici è perché nulla al mondo più di Rareche, è ciò che somiglia all'idea che sognavo di me stessa.

Non so come succederà esattamente, non so con che tempi e quanto dura sarà, ma succederà. E farà male. Perché Rareche è la mia crepa più grande, la ferita aperta dalla quale ho fatto in modo che in tanti poteste vedere cosa c'è dentro di me. Chi ha voluto affacciarsi sul mondo di Valentina, non limitandosi al suo cognome, al suo stile di vita, al suo pezzo di carta, ha visto la parte più autentica di me.

Il punto non è mai stato e non sarà mai trovare qualcuno che quella crepa la voglia chiudere, perché ci sono ferite che devono restare aperte per renderci autentici e veri, ferite da tenere scoperte soltanto con chi le trova belle pur essendo un difetto agli occhi dei più.

Qualche tempo fa un uomo di cui ho tanta stima mi ha detto - di fronte a un mare di ulivi e di acqua salata - "ci dobbiamo sempre ricordare che siamo solo di passaggio". Sì, ma siamo di passaggio in un mondo malato, fatto di gente che vuole vivere a tutti costi una vita instagrammabile, di "poveri" che mangiano cibo nocivo perché ormai il vero lusso è diventato il "biologico" che una volta avevamo tutti nei cortili o a casa dei nonni, di malattie che ti portano via affetti e modelli di vita, di giovani che non ne possono più di non trovare il loro posto nel mondo e di altri giovani che si annoiano e scappano in strade dalle quali non usciranno mai più. Di adulti insoddisfatti che non vogliono o non possono più cambiare vita, di anziani che si sentono "finiti" e inutili, e potrei continuare per ore.


Per questo il punto è rendere il passaggio, breve o lungo che sia, degno di questa terra. Che non è un posto come un altro in cui "passare", è casa nostra. Ogni tramonto, ogni tuffo, ogni risata di bambino, ogni volta che facciamo l'amore, ogni starnuto da graminacea, ogni sveglia controvoglia, ogni pomodoro cicatrizzato mangiato a morsi, ogni dolore, ogni imprevisto, ogni sorriso. Tutto è parte di un passaggio che non ci siamo dovuti meritare, un regalo senza occasione comandata. Nessuno ci farà mai un altro regalo altrettanto grande. E prima ci renderemo conto del fatto che questo "passaggio" (nonostante tutti i suoi difetti e le sue crepe) sia il più bel sogno che potessimo immaginare per noi stessi, meglio sarà.


Se po’ campa' senza sape' pecché, ma non se po’ campa' senza sape' pe cchì. Si può vivere senza sapere perché, ma non si può vivere senza sapere per chi.



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