Le fate turchine (e per niente ignoranti)

Stavo per esordire scrivendo "piove", ma credo che ve ne siate accorti, almeno nel raggio di un po' di km. Poi ho starnutito, quindi potrei esordire dicendo "etciù", però manco mi pare carino, perché poi tutti vi sentireste in obbligo di dire "salute" e diventerebbe un macello stile gruppo di whatsapp che se uno dice buongiorno, diventa subito la piazza del paesello di domenica dopo la messa.

Allora esordirò così: sono tornata dalla Turchia.

Tutti mi chiedono "com'è la Turchia?" e io non posso rispondere. Non posso rispondere perché sono stata in una zona che non è definibile come "bella" secondo le convenzioni. Kastamonu non è un posto di monumenti, di strade colorate, di paesaggi mozzafiato. Kastamonu è semplice, contadina, di case basse e palazzi enormi in costruzione, di fattorie secolari e cucina tradizionale. Kastamonu è essenza di Turchia, di moschee ogni 4 case, di minareti più alti dei palazzi e di uomini e donne sorridenti, sempre.


La mia indole al controllo maniacale si è scontrata contro l'assoluta tranquillità turca: non ti preoccupare, poi vediamo. Puoi parlare pure in tuta. Domani mattina a che ora si parte per il tour? Te lo dico verso l'una di notte. In quale stanza devo parlare? Dopo vediamo, tanto manca mezz'ora. Ecco il programma - ma è in turco! E vabbè.


A Kastamonu nessuno parla inglese, nessuno. Solo lei, Maite. Maite ha compiuto 18 anni ieri. Maite ha imparato, da sola, l'inglese e il francese. Quando le chiedo "e quindi quante serie tv in lingua originale hai visto?" sorride, perché io la capisco. Maite mi ha conosciuta e ritrovata il secondo giorno, assistendomi e facendomi da interprete tra gli stand del festival.

Le amichette di Maite sono rimaste a bocca aperta e piene di invidia quando l'ho portata con me nella stanza in cui ci avrebbero presentato il giudice di Masterchef Turchia, Danilo Zanna (indovinate di che paese è? Poi dice che non siamo noi italiani l'eccellenza del cibo). Le ho detto "dici alle tue amiche che non devono invidiarti ma imitarti, il tuo coraggio e la tua curiosità ti hanno portata qui con me". Maite è stata la mia prima fata turchina, la mia luce di speranza, non solo per l'aiuto linguistico, perché senza di lei non avrei conosciuto tutte quelle specialità cucinate davanti ai miei occhi, ma perché sapere che ci sono giovani donne così mi riempie il cuore. Maite era lì perché sua madre partecipava al contest gastronomico, le ho detto "dì a tua madre che ha una figlia straordinaria", e la mamma mi ha sorriso, stretto forte la mano tra le sue e ringraziato. Ho lasciato Maite con la promessa che verrà a trovarmi in Italia, che appena inizierà a studiare medicina mi farà sapere e con il dolce consiglio di non smettere mai di essere curiosa, di voler imparare, perché solo così sarà sempre sorridente e sempre aperta al mondo.


Ma Maite non era lì quando il nostro tour prevedeva la visita al Bazar, al mercato ortofrutticolo. Ora, tralasciando la mia passione folle per i mercati, fin dal mio primo viaggio all'estero, tralasciando la mia mania per i colori e i sapori nuovi, la mia curiosità, e adesso anche la mia deformazione professionale, il mercato di Kastamonu mi ha lasciata senza fiato. Eppure non sarebbe stato possibile senza Filiz.

Filiz era seduta per caso accanto a me a colazione. Colazione che, per inciso, si fa con Pastrami, verdure, pide con con dentro carne e cipolla, thè, latte, melassa di mela, formaggio, vabbuò... Filiz è una donna di circa 60 anni, una project manager, docente universitaria, ingegnere, esperta di cucina e che, avendo vissuto e lavorato alle Nazioni Unite in America, parla perfettamente inglese. Io e Filiz abbiamo fatto il giro del mercato, salutando una ad una tutte le donne che vendevano i propri prodotti. Filiz mi ha spiegato tutto, le produttrici mi hanno fatto assaggiare ogni singola cosa nuova: bacche di biancospino, noci, carote, marmellata di frutti di rosa, ho persino infilato il dito in un contenitore di Tarhana, che è un preparato per zuppa (lo si trova anche essiccato) che tecnicamente non puoi mangiare crudo così. Ma io che ve lo dico a fare? Quando mi sarebbe ricapitato più. Fichi, mirtilli rossi, una caramella naturale alla prugna che diventa un foglio grandissimo e viene venduto praticamente al metro. Filiz è una donna straordinaria, ho l'età dei suoi figli, quando le racconto di me resta affascinata, quando dopo qualche ora ci ritroviamo a cena rimane stupita dalla mia capacità di ricordare i sapori assaggiati la mattina al mercato e ritrovati nei piatti. Ci scambiamo le presentazioni dei nostri interventi, che entrambe non abbiamo seguito per via delle circostanze. Vi lascio immaginare il mio stupore quando, alla terza slide, ho ritrovato la mia stessa identica terza slide: gli obiettivi delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Nulla accade per caso.


Sulla fata turchina più espressiva e vicina a me, Sabiha, ho già scritto questo, per cui vi lascio il link.


"Allora com'è la Turchia?" Posso rispondere, se hai tempo. Posso dirti che quel che ho visto io della Turchia è fascino, gentilezza, sapori unici, cortesia, sorriso, calma, pazienza, stupore, colori, amore per l'Italia e per il suo cibo. La Turchia è donna, donna che cresce e si afferma attraverso le difficoltà, grazie alla curiosità e alla tenacia, grazie alla sperimentazione, alla cultura e al coraggio. La Turchia mi ha preso un pezzetto d'anima, e non ne sentirò la mancanza, perché se l'è proprio meritato.


“Mannaggia ô Pataturco”

"Mannaggia" in tutto il resto d'Italia,

perché siete meno fantasiosi.

Molti penseranno che ci si voglia riferire ad un generico “pate de’ turche” (padre dei turchi), anche se questo è l’appellativo che gli ex ottomani hanno dato ad un padre fondatore della patria, quel Mustafa Kemal Atatürk fondatore e primo presidente della Repubblica Turca.

L’origine è ben altra: si deve partire dal termine patatucco, fusione di due parole ossia “patata” e “crucco”, un modo di prendere in giro durante il primo conflitto mondiale il nemico austro-ungarico, ossia mangiatore di patate e crucco.

Quindi la parola originale era patatucco, portata poi a Napoli dai reduci della grande guerra (e mutata in pataturco), i quali nei loro improperi non mancavano di ricordare i vecchi nemici di trincea che avevano affrontato (e vinto).

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